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Lui & Lei

Il Piano C


di DeepCpl
17.10.2025    |    1.493    |    6 9.6
"Lei butta la testa all’indietro, le sue dita si aggrappano ai miei capelli, tirando..."
Nota dell'Autore

Chi mi legge si è abituato a un certo registro, a una brutalità verbale che considero da sempre una forma di onestà. Questo racconto rappresenta una deviazione consapevole, un esperimento. La sfida era affrontare un tema – la carnalità, l'erotismo spinto ai suoi confini – spogliandolo non solo dell'ipocrisia romantica, come è mia consuetudine, ma anche del cinismo vernacolare che mi è proprio, e tentare di rivestirlo di una lingua diversa.

Una prosa quasi chirurgica, precisa, che non nega l'animalità dell'atto ma si rifiuta di descriverla con la sola, facile volgarità. È un tentativo di trasfigurare il gesto fisico, di indagarne la meccanica e la psicologia senza il filtro della morale o del sentimento, ma attraverso la lente di uno stile volutamente letterario.

L'esperimento, dunque, non risiede nell'atto descritto, ma nel linguaggio che lo descrive. Una contraddizione voluta: usare l'eleganza per narrare la brutalità, per vedere se il gesto più istintivo possa reggere il peso di una scrittura che non cerca di compiacere, ma solo di osservare.


Il Piano C

Voi pensate che il sesso sia una cosa seria. Vi illudete che sia l’unione di due anime, la celebrazione dell’amore, la poesia dei corpi. Cazzate. Il sesso è l’unica cosa onesta che ci è rimasta in questo mondo di ipocriti, perché ci ricorda che siamo solo animali. Animali con uno smartphone e un mutuo da pagare, ma pur sempre animali.

Tutto il resto è una recita. La cena fuori, i fiori, il “ti amo” sussurrato mentre speri solo che si tolga le mutande. È tutto un gigantesco, patetico preliminare per arrivare a quella cosa lì. Quella cosa che non avete il coraggio di chiedere. Perché la società vi ha insegnato che bisogna guadagnarsela. Bisogna fare i bravi, fingersi interessati ai suoi problemi al lavoro, conoscere i suoi amici idioti. È il Piano A del sesso: un percorso a ostacoli per ottenere quello che il vostro corpo vuole da subito.

Il mio Piano B? Saltare le stronzate. Arrivare al punto. Perché perdere tempo? La vita è già abbastanza una merda senza dover pure fingere che ti piaccia il cinema d’autore francese.

E poi c’è il Piano C. Il Piano C è quando incontri qualcuno che non solo ha capito il tuo Piano B, ma lo sta già vivendo. E allora non c’è più bisogno di parlare. C’è solo da fare.

L’altra sera ero in un bar. Uno di quelli veri, dove il pavimento è appiccicoso e il barista ti odia a prescindere. Non uno di quei posti fighetti dove un cocktail costa quanto l’affitto e te lo servono con dentro un ramo di rosmarino. Che cazzo ci dovrei fare col rosmarino, profumarmi le ascelle?

Ero lì, a farmi i cazzi miei, a bere una birra. E la vedo. Seduta da sola a un tavolo. Non era una bellezza da copertina. Quelle mi annoiano. Sono troppo impegnate a essere guardate per guardare davvero. Questa era diversa. Aveva uno sguardo di chi ne ha viste troppe, di chi ha smesso di credere alle favole e, probabilmente, anche agli oroscopi. Era vestita di nero, ma non era un lutto. Era una dichiarazione di guerra al mondo.

Mi alzo, vado al suo tavolo. Non le chiedo “è occupato?”. Certo che non è occupato, non sono cieco. Mi siedo e basta.

Lei alza un sopracciglio. Non dice niente.

“Sei stufa quanto me?” le chiedo.
“Anche di più,” risponde. La sua voce è un po’ roca, come se avesse passato la notte a urlare contro qualcuno. O a fumare troppo. O entrambe le cose.
“Bene,” dico io. “Allora sai già perché sono qui.”
Lei fa un mezzo sorriso. Un sorriso che non arriva agli occhi. Un sorriso da Piano B. “So che non sei qui per parlare del tempo.”
“Il tempo è una merda. Come tutto il resto,” confermo. “A casa mia o a casa tua?”
Lei finisce il suo bicchiere. “Casa tua. La mia fa schifo.”
“Anche la mia,” dico. “Almeno siamo d’accordo su qualcosa.”

Non ci siamo detti i nomi. A che serve? Non dovevamo firmare un contratto. Usciamo dal locale. Camminiamo per strada, in silenzio. È questo il bello del Piano C. Il silenzio. Non devi riempirlo di cazzate, di domande stupide. “Che lavoro fai?” “Dove sei andato in vacanza?” Chissenefrega. In quel momento, il nostro lavoro è quello. E la nostra vacanza è lì, a portata di mano.

Arriviamo a casa mia. Un bilocale in periferia. Disordinato. Onesto. C’è una pila di piatti da lavare e una pila di libri che non leggerò mai.
Lei entra, si guarda intorno. Non giudica. Si toglie le scarpe.
“Vuoi da bere?” le chiedo.
“No.”

Si avvicina. Si ferma a un metro da me. L’aria è carica. Ma non di romanticismo. Di elettricità. Di quella tensione animale che precede un temporale. O un rapporto sessuale.

“Allora,” dice, “facciamola finita.”

Mi tolgo la maglietta. Lei mi guarda il petto. Non con occhi sognanti. Con occhi da tecnico. Da perito. Sta valutando la merce. Io faccio lo stesso. Si sfila il vestito nero da sopra la testa. Sotto ha solo un reggiseno e delle mutandine, neri. Il suo corpo non è quello di una modella. È un corpo vero. Con qualche segno, qualche piccola imperfezione. Un corpo che ha vissuto. Un corpo da Piano C.

Mi si avvicina ancora, finché non siamo petto contro petto. Sento il suo respiro. Sa di vino e di cinismo. Un profumo meraviglioso.
Non ci baciamo. Il bacio è roba da Piano A. Un’ipocrisia. Serve a illudersi che ci sia del sentimento. Qui non c’è. C’è solo desiderio. Puro. Semplice. Brutale.

Le sue mani mi afferrano i fianchi. Le mie le stringono il culo. Sodo. Un culo che non ha passato ore in palestra per farsi fotografare, ma per sentirsi potente. C’è una differenza.
La spingo contro il muro. Il suono della sua schiena che sbatte contro l’intonaco è musica. Un gemito le esce dalle labbra. Non è un gemito di dolore. È un gemito di approvazione.

“Così,” sussurra. “Senza fronzoli.”

Le slaccio il reggiseno. Le sue tette si liberano. Non sono enormi. Sono perfette. Stanno su da sole, sfidando la gravità e le aspettative sociali. Le prendo tra le mani, le stringo. Lei inclina la testa all’indietro, offrendomi il collo. Glielo mordo. Non forte. Giusto per lasciare un segno. Per dire “sono stato qui”.

Mi abbasso. Le sfilo le mutandine. La sua fica è già bagnata. Non ha avuto bisogno di parole dolci. Il suo corpo sa già cosa vuole. Come il mio. I miei pantaloni sono una prigione. Il mio cazzo preme contro la stoffa, urlando per uscire.

Mi inginocchio. Le apro le gambe con le mani. L’odore che sale da lì sotto è forte. Selvaggio. Odore di sesso, odore di vita. Non è il profumo di un fiore. È l’odore di una foresta. E io sono un cacciatore.
Affondo la mia lingua in lei. Il suo sapore è acido, salato. Reale. Lei butta la testa all’indietro, le sue dita si aggrappano ai miei capelli, tirando. Gode quasi subito. Urla. Non le frega niente dei vicini. E non frega niente a me.

Mi rialzo. Lei ha gli occhi lucidi. Non di lacrime. Di lussuria.
“Adesso tocca a te,” dice.

Mi spinge sul letto. Il mio letto sfatto. L’unico posto onesto di questa casa. Si inginocchia davanti a me, mi libera dal carcere dei jeans. Il mio cazzo scatta in piedi, duro come l’odio che provo per il mondo.
Lei lo guarda. Lo studia per un secondo. Poi lo prende in bocca.
Non è delicata. È affamata. Lo succhia come se fosse l’ultima cosa che farà nella sua vita. Usa la lingua, i denti, la gola. È un lavoro. Un lavoro che sa fare maledettamente bene. Gemo, stringo le lenzuola. Non voglio venire. Non ancora.

La fermo. La tiro su di me. La metto a quattro zampe sul letto. La sua schiena inarcata, il suo culo offerto. Perfetto.
Non uso precauzioni. Non in quel momento. Il Piano C a volte è stupido. Irrazionale.
Mi posiziono dietro di lei. Le afferro i fianchi. Lei si spinge all’indietro, cercandomi.
Entro in lei. Con una spinta secca, decisa. Fino in fondo.
È stretta. Calda. Bagnata. Urliamo insieme. È l’unico dialogo di cui abbiamo bisogno.
Inizio a spingere. Forte. Veloce. Ritmicamente. Ogni spinta è una bestemmia contro la falsità del mondo. Contro le coppie che si tengono per mano. Contro i “ti amo” fasulli. Questo è reale. Il suono della pelle che schiaffeggia altra pelle. Il nostro sudore che si mischia. I nostri gemiti che diventano un unico canto stonato e magnifico.

Le afferro i capelli. Le tiro la testa indietro. “Guardami,” le dico.
Lei si gira, per quel che può. I suoi occhi incontrano i miei nello specchio dell’armadio. Vedo il suo viso, contratto dal piacere. Vedo il mio, una maschera di pura concentrazione animale.
“Di chi sei?” le chiedo.
“Di nessuno,” ansimando. “Come te.”
Risposta perfetta.

Aumento il ritmo. Sto per venire. Lo sento arrivare. Un’onda di calore che parte dalla base della schiena e mi acceca. Lei se ne accorge. Inarca ancora di più la schiena.
“Dentro,” urla. “Vieni dentro di me, cazzo!”
Vengo. Con un urlo che mi squarcia la gola. Mi svuoto completamente. Mi abbandono a quella piccola morte che dura un istante. Lei crolla sul letto, tremando, venendo anche lei.

Rimaniamo così per qualche minuto. Ansimanti. Sudati. Finiti.
Non ci diciamo niente. Non c’è niente da dire.
Poi lei si alza. Si riveste. In silenzio. Non mi guarda.
Io faccio lo stesso.
Va verso la porta. Si mette le scarpe.
“Allora,” dico. “Ciao.”
“Ciao,” risponde.
Poi si ferma. Si gira. Mi guarda. E per la prima volta, vedo un vero sorriso nei suoi occhi.
“È stato onesto,” dice.
“Sì,” rispondo. “Lo è stato.”
Poi esce. E chiude la porta.

Sono di nuovo solo. Nella mia casa che fa schifo. Guardo il letto, un campo di battaglia. Sento ancora il suo odore.
Mi siedo sul divano. Apro una birra. È calda. Fa schifo. Proprio come piace a me.
Non la chiamerò. Lei non mi chiamerà. Non ci siamo scambiati i numeri.
Non era amore. Non era romanticismo.
Era il Piano C.
Ed era la cosa più vicina alla verità che avessi provato da mesi. Voi continuate pure a cercare l’anima gemella. Io, nel frattempo, vivo. O almeno, ci provo. Senza raccontarmi cazzate. E questa, credetemi, è l’unica vera relazione che vale la pena avere. Quella con la realtà. Per quanto brutta possa essere.
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